Rassegnazione
Rassegnazione,
perché la voce mia,
non odi?
Su d'un gabbiano
che sull'oceano,
vola
e si perde lontano,
o sopra i l battito
d'una farfalla,
che ubriaca di luce
le sue ali brucia
intorno
ad una lampada
accesa,
su d'una nube
piccola, leggera,
simile
ad un fiocco
di bambagia
trasportare
ti lasci,
per negarmi
la tua pietosa opera
« No! » la rassegnazione
risponde,
« a te sono vicina,
e puoi sfiorarmi.
Le mie nocche
bianche,
sono divenute
per, con forza,
al cuore tuo
bussare.
La mia voce
roca
è diventata,
ma come i l sordo
che sentire
non vuole
ancora la rifuggi.
I l volto volevo
accarezzarti
e le lacrime
tergere,
dalle dolenti
palpebre,
ma tu le mie mani
hai respinte
con insana
ribellione ».
A quei giusti
rimproveri
i l capo chino,
con invocante
assenso
ed un brivido
di speranza.
Ore pomeridiane
Silente è la mia stanza,
dove l'ore trascorrono
lente, senza ritmo.
S'arrestano i pensieri,
privi di feconda fantasia.
Vestiti paiono
che sopra ad una corda,
ballano, dondolano.
Un corpo attendono
che a loro doni,
forma e respiro.
Si prolunga la fune,
dal tempo che scorre
trascinata.
D'agganciarsi non trova!
Stracci, ora sembrano, i vestiti,
da un pezzente abbandonati
per un più decente abito.
Con un acuminato uncino,
l'attorcigliata corda
alla mente mia s'appiglia,
di pietà priva.
Sfociano i pensieri
tristi, desolati
e con struggente nostalgia
i ricordi,
le deluse speranze,
e l'uncino graffiante
s'approfondisce.
La fune, un vestito
sfuggire ha lasciato,
e nello spazio, si libra.
Di rosata luce, risplende
come se l'aurora,
su di lui, posato avesse,
i suoi magici riflessi.
Le mani supplici tendo,
a quel roseo bagliore,
perché un attimo, mi sfiori.
Un solo lembo,
sulla fronte mia, si posa.
Si stacca l'uncino
dalla mia dolente mente
e s'affloscia la fune
nel nulla svanendo.
Lacrime di liberazione,
sul mio viso scorrono,
attutendo ogni pena,
infrangendo la ribellione.
Il rosato abito
verso l'alto sale,
ed una candida nube,
lo rinserra,
nelle sue ovattate